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Ippolito Nievo


In occasione di questa importante giornata di ricorrenza per i Centocinquant'anni dell'Unità d'Italia, ho deciso di dedicare un post del mio blog a un personaggio che da sempre mi ha incuriosito: Ippolito Nievo, nativo della mia regione, umile e purtroppo mancato troppo giovane.
Tra i nomi che fecero l'Unità, il suo si cita troppo poco ed è per questo che ho deciso di parlarne io.

Padova, 30 novembre 1831 – mar Tirreno, 4 marzo 1861

E' stato uno scrittore e patriota italiano dell'Ottocento.

Ippolito Nievo nasce a Padova, primogenito di Antonio, un magistrato della piccola nobiltà mantovana, e di Adele Marin, figlia della contessa friulana Ippolita di Colloredo e del patrizio veneziano Carlo Marin, intendente di finanza a Verona. I Marin sono titolari del feudo di Monte Albano, dove sorge il castello di Colloredo, a mezza strada tra Tricesimo e San Daniele, luoghi frequentati nell'infanzia da Ippolito quando, nel 1837, il padre viene trasferito da Soave nella pretura di Udine.

Nel 1841 Ippolito viene iscritto nel collegio del seminario di Sant'Anastasia di Verona come convittore interno poi, non sopportandone la disciplina, dal 1843 vi frequenta il Ginnasio come esterno. La sua solitudine è alleviata dalle visite del nonno Carlo, uomo colto, amico del Pindemonte e amante della letteratura, che diviene, per la lontananza dei genitori, la figura di riferimento e al quale dedica il quaderno dei suoi Poetici componimenti fatti l’anno 1846-1847, semplici poesie scolastiche in stile classicista. Quando nel 1843 muore Alessandro Nievo, il primogenito Antonio, padre di Ippolito, eredita la villa della famiglia con terreni agricoli a Fossato frazione del comune di Rodigo (Mn) e palazzo Nievo a Mantova con i relativi arredi, le collezioni d'arte e la ricca biblioteca. Il padre vi prende domicilio anche in seguito al suo trasferimento nel 1847 alla pretura della vicina Sabbioneta e Ippolito torna nella famiglia a Mantova, città dove è andato a stabilirsi, a trascorrervi gli anni della pensione, anche il nonno Carlo Marin. Qui prosegue gli studi al Liceo Virgilio, compagno di Attilio Magri (1830-1898) il quale, innamorato di Orsola Ferrari, ne frequenta la casa e vi introduce anche Ippolito, che vi conosce la sorella maggiore, Matilde (1830-1868), il suo primo amore.

Nel 1848 il giovane Ippolito, affascinato dal programma democratico di Mazzini e Cattaneo, partecipa alla fallita insurrezione di Mantova. Prudentemente, continua a Cremona gli studi con l'amico Attilio Magri e, l'anno dopo, la famiglia ritiene opportuno che si allontani per qualche tempo dalla Lombardia e si trasferisce in Toscana, prima a Firenze e poi a Pisa. Qui entra in contatto con gli esponenti del partito democratico di Guerrazzi: anche la Toscana è scossa dai moti risorgimentale e forse Ippolito partecipa a Livorno al moto del 10 maggio 1849 contro gli Austriaci, intervenuti per favorire il ritorno del granduca Leopoldo fuggito quattro mesi prima da Firenze.

Ritornato in settembre a Mantova, va a continuare gli studi a Cremona, dove nell'agosto del 1850 consegue la licenza liceale. In autunno si iscrive alla Facoltà di Legge dell'Università di Pavia e mantiene continui rapporti epistolari con Matilde Ferrari: le 69 lettere scritte dal 1850 ai primi del 1851, più che essere una sincera e spontanea comunicazione di un innamorato lontano, appaiono dettate da un'intima necessità di espressione lirica e scritte con lo sguardo rivolto a canoni letterari, finendo così per interessare «soprattutto per il modo in cui la materia sentimentale, sollevata talora a toni di enfasi appassionata, si atteggia in formule di chiara matrice letteraria, fin quasi a definirsi in un’autonoma sequenza di romanzo epistolare, aperta alle suggestioni che provenivano dai consacrati modelli del genere, dall’Ortis di Foscolo e dalla Nouvelle Heloïse di Rousseau». Ai primi del 1851, la relazione s'interrompe e contro di lei scrive un breve romanzo, Antiafrodisiaco per l'amor platonico.

Nel gennaio del 1852 iniziò un'attività di pubblicista nel quotidiano bresciano La Sferza. Alla fine dell'anno si iscrisse all'Università di Padova, riaperta dal governo austriaco dopo le agitazioni liberali e, recandosi spesso in Friuli, collaborò con la rivista L'Alchimista Friulano, dove pubblicò anche poesie che, raccolte in volume, furono pubblicate nel 1854 dall'editore Vendrame di Udine: una seconda raccolta viene pubblicata l'anno dopo.

Nel 1855, deluso dalla situazione politica italiana, lo scrittore si ritirò a Colloredo di Montalbano, dove si dedica attivamente alla produzione letteraria, delineando nella mente quello che fu il suo capolavoro, Le confessioni d'un italiano.

Continuò intanto la sua attività di pubblicista e si avvicinò al giornalismo militante milanese collaborando al settimanale Il Caffè. Nel 1856, a causa di un racconto intitolato L'Avvocatino pubblicato sul foglio milanese Il Panorama universale, fu accusato di vilipendio nei confronti delle guardie imperiali austriache e subì un processo nel quale patrocinò se stesso. Fu questa l'occasione per trascorrere lunghi periodi a Milano dove ebbe modo di partecipare agli stimolanti dibattiti letterari e politici che si svolgevano e di apprezzare il vivace clima culturale di quella città. Ippolito Nievo in quel periodo iniziò una relazione con Bice Melzi, moglie del cugino Carlo Gobio; le fu legato fino alla morte, indirizzandole numerose lettere durante l'inteso periodo delle imprese garibaldine.

Tra il 1857 e il 1858 Nievo, ritornato a Colloredo, si dedicò intensamente alla stesura del suo grande romanzo Le confessioni d'un italiano che verrà pubblicato postumo nel 1867 dall'editore Le Monnier con il titolo rivisto Le confessioni di un ottuagenario.

Gli eventi del 1859 e del 1860 resero più intensa la sua attività giornalistica e ne sollecitano i primi due saggi politici, l'opuscolo Venezia e la libertà d'Italia, ispirato dalla mancata liberazione della città, e il Frammento sulla rivoluzione nazionale. Si dedicò inoltre alla stesura di un nuovo romanzo, Il pescatore di anime, destinato a rimanere incompiuto.

Nel 1859 fu tra i Cacciatori delle Alpi di Garibaldi e l'anno seguente partecipò alla Spedizione dei Mille. Unendosi alle truppe garibaldine il 5 maggio del 1860 salpa da Quarto a bordo del Lombardo insieme a Nino Bixio e Cesare Abba. Distintosi a Calatafimi e a Palermo, gli venne affidata la nomina di "Intendente di prima classe" dell'impresa dei Mille con incarichi amministrativi, divenendo il vice di Giovanni Acerbi. Fu anche attento cronista della spedizione (Diario della spedizione dal 5 al 28 maggio e Lettere garibaldine).

Avendo ricevuto l'incarico di riportare dalla Sicilia i documenti amministrativi della spedizione, trovò la morte durante la navigazione da Palermo a Napoli, nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1861, nel naufragio del vapore Ercole avvenuto al largo della costa sorrentina in vista del golfo di Napoli. Nel naufragio tutte le persone imbarcate perirono e né relitti né cadaveri furono restituiti dal mare.

Le circostanze misteriose del naufragio alimentarono ipotesi di un complotto politico. Nel romanzo Il prato in fondo al mare edito da Mondadori nel 1974, autore il pronipote Stanislao Nievo, il drammatico evento viene rappresentato come "una sospetta strage di Stato italiana, maturata dalla Destra e decisa dal potere piemontese per liquidare la Sinistra garibaldina: "strage" con la quale si sarebbe aperta la storia dell'Italia unita". In pubblicazioni successive sono state avanzate altre ipotesi all'origine dell'eventuale attentato come il ruolo giocato da finanziamenti internazionali, in particolari inglesi, indirizzati a favorire la spedizione dei Mille. Tra le opere che se ne sono occupate ci sono La tragica morte di Ippolito Nievo. Il naufragio doloso del piroscafo «Ercole» di Cesaremaria Glori e Il cimitero di Praga di Umberto Eco.

http://it.wikipedia.org/wiki/Ippolito_Nievo

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